Le parole di tre docenti per conoscere meglio SID e il suo Corso triennale in Design e Comunicazione del Prodotto.
Un viaggio alla scoperta delle loro passioni lavorative, dei loro punti di vista, di ciò che vogliono trasmettere agli studenti: ecco cosa ci hanno risposto Roberta Bonetti, Stefano Caggiano e Vittorio Prina.


1. Qual è il nome del tuo corso/i a Scuola Italiana Design, quali sono gli obiettivi principali che vuoi raggiungere e che tipo di esperienza farai vivere agli studenti durante il corso?

 

ROBERTA BONETTI:
Gli obiettivi principali del corso Antropologia e sociologia del design sono quelli di acquisire una conoscenza base della Sociologia e Antropologia Culturale. Non mi riferisco soltanto ad una acquisizione cognitiva ma anche, e soprattutto, esperienziale utile ad un designer per esercitare uno sguardo critico rispetto al proprio lavoro e per confrontarsi con la complessità e i principali fenomeni che caratterizzano la società contemporanea, per saperli osservare criticamente anche in una prospettiva etica e sociale ed elaborare soluzioni adeguate sul piano della proposta/risposta progettuale.
In sintesi le esperienze che voglio condividere con gli studenti sono entrare a contatto con ambiti non familiari, cambiare il punto di vista per poter osservare il proprio punto di vista, introdurre nuovi elementi e conoscenze nelle prassi consolidate.

STEFANO CAGGIANO:
Nei miei corsi (Semiotica del design e Storia e critica del design contemporaneo) cerco di insegnare agli studenti ad “estrarre” i contenuti culturali di cui gli oggetti sono portatori, dati i loro valori estetici e il contesto di cui sono espressione.

VITTORIO PRINA:
Nel corso di Progettazione Grafica (infografica, logotipi) gli obiettivi sono lo sviluppo e l’affinamento delle capacità cognitive per la scelta e l’elaborazione di tutti quegli elementi che andranno a costituire uno spazio bidimensionale. In questa sede lo studente svilupperà una mentalità possibilista che gli permetterà di andare oltre i consueti schemi di pensiero.
Imparerà, inoltre, il corretto linguaggio per rappresentare e valorizzare efficacemente il contenuto del proprio elaborato.

 


2. Qual è stata finora la tua più grande soddisfazione a livello professionale o un progetto che ti ha particolarmente appassionato?

 

ROBERTA BONETTI:
Non è facile rispondere a questa domanda perché, in generale, il mio lavoro mi appassiona.
In particolare mi entusiasma qualsiasi progetto che abbia al centro la relazione e il processo di apprendimento per l’acquisizione di una consapevolezza relazionale. Un progetto, realizzato in ambito educativo, che mi ha dato particolare soddisfazione è Mappe rotte e paralleli. Persone, viaggi di carta e rappresentazioni del mondo.

STEFANO CAGGIANO:
Essere riuscito a costruire una professionalità interamente ritagliata su quello di cui volevo occuparmi: i linguaggi del design.

VITTORIO PRINA:
Il progetto che ritengo più significativo e di maggior valore è quello che riguarda la stessa persona: il suo sviluppo e crescita personale attraverso un processo di maturazione e di rinnovata consapevolezza nelle sue potenzialità.
Tutto ciò non solo a livello di lezioni in aula con lavori di comunicazione visiva ma anche come formatore in ambito professionale attraverso i corsi per lo sviluppo delle facoltà intuitive.

 


3. Un libro, un film, un brano musicale, un proverbio, un progetto di design o visual design che senti significativo per te, e perché.

 

ROBERTA BONETTI:
Un uomo che cammina non è mai in equilibrio, ma corregge continuamente il suo squilibrio“.
Si tratta di un testo di Gregory Bateson, per me significativo, riguardante il tema dell’apprendimento continuo e del cambiamento che sono importanti in ogni sfera della nostra vita.
Come dice Bateson, “Il cambiamento può fare paura ma il non cambiare è ancora più pauroso; non consentire il cambiamento è la perfetta formula per diventare obsoleti”.

STEFANO CAGGIANO:
La Table Chair di Richard Hutten, perché, come un grimaldello, ha sbloccato tutto quello che mi avevano insegnato sul design e che avvertivo come asfittico e votato a un vicolo cieco. Di lì in poi, invece, ho capito in che direzione valeva la pena studiare, e qual era la vera posta in gioco nel design.

VITTORIO PRINA:
Sono tutti ambiti di mio grande interesse, mi fermerò sul film. Il titolo in questione è Blade Runner, un’opera epocale che uscì nel 1982.
Alcuni replicanti, creati in laboratorio e quindi privi di una propria coscienza e memoria storica, cercano disperatamente di trovare una risposta alla durata della loro esistenza. Il tema ci riporta al concetto di continuità, longevità, il desiderio più o meno inconscio che ognuno di noi nutre per una vita che sia la più lunga possibile. Questo nostro desiderio si ripresenta anche quando all’atto dell’acquisto cerchiamo l’oggetto più robusto, il meglio realizzato, che possa durare sempre.
È il desiderio d’eternità che proiettiamo nel prodotto.
È un aspetto dell’essere che mi interessa molto perché spinge la persona a trovare soluzioni sempre più avanzate.






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