Brief

Come George Orwell con il suo famoso saggio Why I Design cercó di spiegare le sue personali motivazioni sul perché scriveva utilizzando il medium della scrittura stessa, il brief richiedeva di rispondere alla domanda Why I Design utilizzando come medium la progettazione stessa.

 

Progetti:

Adesivo in Negativo
All’interno di questo progetto, ho cercato di capire e di dare delle risposte alle domande; cos’è per me il design, perchè faccio design e come mi approccio ad esso.

Dopo un lungo brain storming, sono riuscita a ricavare delle parole chiave, sulle quali sono andata a lavorare ed interpretare.

Ho scelto come outcome l’adesivo, perchè rappresenta perfettamente ciò che io definisco design, infatti è qualcosa di versatile, che muta con il tempo e con lo spazio in cui si trova e crea interesse. Ad esso successivamente, ho aggiunto un elemento importante per me, ovvero durante la fase della progettazione, ho notato, che mi approccio al brief in modo immediato e le idee cerco di catturarle attraverso degli sketch veloci. Pertanto unendo queste due componenti, sono andata a realizzare delle figure, che possedessero la semplicità, i difetti e l’ immediatezza di uno sketch; ma che potessero funzionare come tali, solo se usate come un adesivo, attraverso uno storytelling.

I soggetti che ho inserito sono, gli strumenti “da lavoro” analogici e digitali, che mi permettono di attuare le mie idee; i profili di due persone e gli omini stilizzati, stanno a rappresentare un aspetto personale, cioè quando progetto cerco di creare interazione tra l’ oggetto o il progettista e le persone. Il motivo geometrico e il sigillo Bauhaus, riguardano la scelta di pulizia, linearità e semplicità che cerco sempre in ogni progetto. In basso ho cercato di sintetizzare, quello che per me è ricerca, sperimentazione, anche mettendo in discussione cose che già esistono; la scala invece, rappresenta il continuo progresso e il cambiamento del mondo e delle persone, alle quali dobbiamo stare “al passo”. Infine il motivo libero, rappresenta la componente di naturalezza, espressiva e delle forme.

 

 

Fa’ quel che ti pare
Design è comunicazione.
E’ un tentativo pianificato di trasmettere, attraverso qualsiasi medium, un’ idea personale e intima agli altri. Questo progetto racchiude in sé l’idea di un dialogo, di uno scambio, tra ideatore e fruitore.
Ciò che mi interessa è che si instauri una comunicazione tra chi inizia il dialogo, progettando, a chi recepisce, rielaborando.
Il titolo Fa’ quel che ti pare è una provocazione un po’ disillusa, perché ogni scambio comunicativo ha dei limiti: ciò che io penso non sarà mai recepito dall’altro esattamente così com’è nella mia mente.

Il bello forse sta in questo, nel gioco della diversità e dell’incomprensione. Questo piccolo libro ha la sola pretesa di non essere preso sul serio, fungendo da stimolo per chi decide di stamparlo e rielaborarlo. E’ un gioco, le regole le decide il fruitore. Ci sono solo diversi stimoli, pagine bianche e pagine con geometrie colorate, pagine con cornici e con quadretti o linee, ma nessuna indicazione su come lavorarci. Qualche suggerimento è dato più o meno a metà, dove si trova una lista di verbi come “disegnare”, “colorare” ecc.

Piccole Storie di Oggetti Buttati
C’è una domanda a cui è stato difficile rispondere, che non mi ha dato pace e che ha generato ragiona- menti senza fine.

Questa domanda è: perché faccio design?
Dopo frustranti settimane di riflessioni, sono arrivata ad una parziale, ma motivata, risposta.
Io faccio design per raccontare storie.

Le storie, al contrario di quanto alcuni pensano, non vengono narrate solo nei romanzi ma si possono tro- vare dappertutto: nelle foto, nei video, negli oggetti. Sono parte dell’essere umano.

L’avvenimento che mi ha portata al pensiero di fare design, è collegato con le storie e l’aspetto umano dietro ai progetti e agli oggetti. Quando ho visitato il Powerhouse Museum e il Museum of Contemporary Art di Sydney, si è insinuato in me l’interesse per le icone del design in esposizione. Davanti a una macchina da scrivere della Olivetti, ho immaginato la storia di chi l’aveva progettata e di chi l’aveva utilizzata e ne sono rimasta affascinata.

Ho sempre adorato raccontare storie perché sono un modo per far riflettere e far sognare le altre persone. Quindi perché è importante lo storytelling nel design?

Perché ogni oggetto e ogni progetto hanno la propria anima, dietro di esso ci sono persone che hanno idee e pensieri e vogliono comunicare qualcosa. E poi ci sono le storie di chi possiede un determinato oggetto, ossia l’uso che ne fa e il valore che gli dà. La storia del design siamo noi esseri umani, le nos- tre idee e la nostra immaginazione. “Piccole storie di oggetti buttati” nasce dall’esigenza di far riflettere sulla vita degli oggetti, partendo a ritroso da quando vengono buttati via. Nel nostro periodo storico molti oggetti hanno mediamente una vita breve perché le aziende producono senza sosta e le persone ricercano sempre la novità, vogliono seguire la moda, hanno bisogno di dimostrare che possono comprare. Gli oggetti quindi non vengono gettati solo perché smettono di funzionare ma anche perché diventano semplicemente vecchi e obsoleti. Trovando degli oggetti buttati via, viene da pensare alla loro storia: chi l’ha posseduto? Come veniva usato? Che valore aveva nella vita di quella persona? E infine cosa pensava chi l’ha progettato?

Tramite un immagine e brevi frasi evocative, si hanno degli spunti per immaginare la storia di questi oggetti apparentemente insignificanti ma che magari celano idee, sentimenti e vicende profonde.

Leave Your Mark Here
Design è riconoscersi in ciò che si realizza. Per me fare Design significa marchiare l’outcome, lasciarci un segno indelebile che mi identifichi. Da questo concetto nasce il timbro con una particolare forma di stampa in rilievo: un’impronta. Ho scelto l’impronta come marchio perché rafforza l’idea di segnare personalmente l’outcome. Per il designer è un modo di lasciare le proprie tracce e di identificarsi nel proprio lavoro, firmandolo non con il proprio nome, bensì con qualcosa di ancora più personale. che verrà poi realizzato pensato per una o più persone.

Il titolo ideale per questo progetto è “leave your mark here” ed è un’invito a tutti i designer di lasciare la propria impronta in questo timbro e di utilizzarlo come segno di identificazione.

Squzzle
Questo set contiene centinaia di pezzi di puzzle con i quali tu puoi creare pixel art o ciò che vuoi perchè non ha limiti. E’ un medium tra la realtà e la fantasia. Esiste un solo tipo di pezzo ma con colori diversi e fondendo i colori si creano forme praticamente infinite.

 

 

Corso:

Basic Contemporary Design

 

Docente:

Andrea Maragno, Tommaso Russo

 

Studenti:

Sara Tence (Adesivo in Negativo), Alessia Mezzaro (Fa’ Quel che ti Pare), Elisabetta Roeper (Piccole Storie di Oggetti Buttati), Leave Your Mark Here (Anastasia Stragliotto), Matteo Mavaracchio (Squzzle)

 

Categoria:

Product, Progetto di Ricerca